Le origini
Il racconto comincia nel 1908, quando Emilia Sbaraglia, originaria di Castelferrato, frazione di Torrevecchia Teatina, si trasferisce a Chieti. Insieme al marito Carmine Leva Antonio, sposato un anno prima, acquista con regolare atto notarile un terreno sul quale sorge una baracca già utilizzata come stazione di posta, scalo e deposito.
Quei locali si trovavano lungo l’asse ferroviario che dalla stazione, giù allo scalo, attraversava via Ferri e arrivava al capolinea di Piazza San Giustino. Sullo stesso tragitto si teneva anche il mercato del bestiame: una posizione che si sarebbe rivelata una vera fortuna. Secondo alcune testimonianze, il precedente proprietario lasciò la città dopo aver incassato la somma della vendita senza dividere, come convenuto, il ricavato con la propria famiglia.
Carmine, nato nel 1888, era emigrato in Pennsylvania all’età di otto anni. Vi rimase una prima volta fino al 1906, poi tornò in Italia per sposarsi e acquistare la proprietà. Ripartì quindi per gli Stati Uniti, dove lavorò come operaio nelle ferrovie di Baltimora. Rientrò a Pasqua del 1915, ma già l’anno successivo tornò in America, rimanendovi per tutta la durata della Prima guerra mondiale.
Durante la sua assenza Emilia condusse ogni cosa con energia: fece ristrutturare la stazione di posta e acquistò un ulteriore terreno confinante appartenente ai baroni De Laurentiis, famiglia molto nota in città. Il lavoro di Carmine in America garantiva nuove risorse da investire: erano giovani, avevano davanti un’intera vita e riuscirono così ad ampliare e sistemare il locale.
Il 12 giugno 1912 i lavori terminarono. L’attività rinnovata prese il nome di “Trattoria Il Gallo”.
Trattoria Il Gallo
Con il nome “Trattoria Il Gallo”, il locale divenne un punto di riferimento per i chietini. Dietro quella nuova identità prendeva forma una storia di accoglienza, cucina e vita condivisa destinata ad attraversare le generazioni.
Anche durante le assenze di Carmine il servizio non poteva fermarsi: interromperlo avrebbe significato perdere non solo un’entrata economica, ma anche un riferimento importante per la comunità. Il locale accoglieva chi arrivava a Chieti dai paesi vicini; alcuni vi restavano anche a pranzo, condividendo un cibo semplice e sostanzioso, come i fagioli con carne di maiale.
La clientela era continua. In città si tenevano il mercato giornaliero di frutta e verdura e quello settimanale; c’erano gli uffici regionali, la caserma e l’ospedale militare. Era anche il tempo delle corse dei cavalli: il palio rappresentava un grande momento di aggregazione per le contrade, soprattutto durante le feste del santo patrono nel mese di maggio, quando si disputavano tre corse.
In quelle giornate Chieti si riempiva di persone provenienti da tutta la regione e la stazione di posta diventava un luogo d’incontro atteso ogni anno, grazie alla familiarità con cui Emilia e la famiglia accoglievano gli ospiti. Molti arrivavano per assistere alla manifestazione dei “berberi” lungo l’asse stradale che da Sant’Anna conduceva a Scardapane. L’importanza della corsa è testimoniata anche da un quadro conservato nella cripta della cattedrale e da alcune fotografie della collezione Cocco, nelle quali via Arniense appare fiancheggiata dagli steccati predisposti per l’evento.
La competizione aveva uno svolgimento particolare: i cavalli partivano dal piazzale davanti al cimitero, venivano incitati e poi lasciati correre senza fantino fino al quadrivio di via Toppi, davanti alla pescheria, dove dovevano essere ripresi e ricondotti alle stalle. Da questa difficile manovra nacque il soprannome dialettale “lu ricchiappe”, cioè “la ripresa”.
Emilia curava con attenzione l’appuntamento annuale, che assicurava grandi incassi. Il locale ospitava nobili e famiglie agiate, spesso arrivati in anticipo per studiare il percorso e talvolta accolti anche per la notte. Negli spazi lungo la strada si preparava tutto affinché gli ospiti potessero assistere con una certa comodità al rumoroso e polveroso passaggio dei cavalli imbizzarriti, lanciati lungo via Valignani verso via Arniense.
Intanto la famiglia cresceva. Nacquero cinque figli: Pantaleone e Gabriele, morti purtroppo in tenera età, seguiti da Lucia, Nicola e Iolanda.
Guerre e cambiamenti
Durante il ventennio fascista l’attività conobbe nuove difficoltà. Le corse dei cavalli vennero interrotte: secondo le voci dell’epoca, il regime voleva concentrare su Roma le grandi manifestazioni, anche se non restano testimonianze precise su questa decisione.
Un’inaspettata occasione di ripresa arrivò dalla vicina caserma Berardi. Nel 1939 furono avviati lavori di ammodernamento e la posizione della “Trattoria Il Gallo”, alla “vutat de le carrozz” come si dice ancora nel dialetto chietino, proprio a ridosso della caserma, divenne preziosa. Ufficiali e sottufficiali pranzavano nel locale e apprezzavano la cucina che Emilia preparava con le proprie mani. Tra i militari ricordati dal racconto compaiono il campione automobilistico Manuel Fangio e il futuro presidente argentino Juan Domingo Perón.
La Seconda guerra mondiale bloccò nuovamente ogni attività. Gli uomini furono chiamati al fronte e le donne si presero cura delle famiglie. Furono anni durissimi: il coprifuoco limitava ogni libertà, il denaro scarseggiava e non esisteva più una vera clientela per ristoranti e trattorie.
Con il ritorno alla normalità arrivarono anche nuove abitudini. Ripristinare le corse dei cavalli era ormai impensabile; i calessi quasi scomparvero e le prime automobili e i camion trasformarono la città. Dei tre figli rimasti, fu Nicola a prendersi cura dell’attività commerciale di famiglia.
Nel febbraio del 1954 Nicola sposò a Castelferrato Filomena Di Renzo. Carmine morì nel 1959. Con cinque figli — Carmine, Cesare, Anna Maria, Lucia e Monica — Nicola comprese che il locale da solo non bastava ancora a sostenere la famiglia e partì per la Germania, contribuendo da lontano alla sua crescita economica.
Il nome Di Renzo
Negli anni Sessanta il locale aveva perso parte della sua identità originaria, ma la famiglia non si arrese. Filomena aveva idee chiare: trasformò la “Trattoria Il Gallo” nella “Trattoria Di Renzo” e aggiunse la scritta “dal 1912”, ancora oggi visibile all’ingresso di via A. Valignani.
Emilia morì nel 1968, quando molti problemi erano già stati superati e la ristorazione era ormai diventata il cuore dell’attività. Filomena continuò la tradizione di mamma Emilia con una cucina casereccia, locale e regionale. I guadagni del ristorante, insieme ai risparmi di Nicola che lavorava all’estero, vennero reinvestiti nell’azienda.
Nella linea familiare che conduce allo chef, Filomena — nonna di Lorenzo Leva — fu l’ultima a portare il cognome Di Renzo. Dalla generazione successiva la discendenza proseguì con il cognome Leva, trasmesso dal padre di Lorenzo. Il passaggio anagrafico non ha però interrotto l’eredità del locale: oggi è Lorenzo, quarta generazione della famiglia, a custodire e rinnovare la tradizione Di Renzo attraverso la propria cucina.
Furono acquistati i terreni adiacenti e trasformati in tre campi da bocce, tra i primi della città. Il gioco conquistò persone di età diverse e portò nuova vita al locale: attività sportive, incontri culturali, bicchieri di vino, birra e cene accompagnavano le partite. Con il tempo i campi furono coperti; la qualità del servizio e degli spazi rese possibile ospitare tornei di livello più alto.
Nacque così anche il “torneo delle contrade”, legato alle antiche contrade cittadine. Si organizzarono competizioni annuali di valore regionale, in collaborazione con i gestori di campi di altri comuni: i gironi eliminatori si disputavano in diverse sedi, mentre numerose finali trovavano casa proprio da Di Renzo.
Cucina e convivialità
Nella seconda metà degli anni Ottanta nacque a Piana Vincolato una nuova bocciofila con un moderno complesso sportivo. Molti giocatori furono attratti dalla novità, ma per la trattoria non fu una sconfitta: rimanevano la clientela fedele, la familiarità del servizio e soprattutto la buona cucina, che venne ulteriormente rinnovata.
In città e fuori esistevano ormai molti ristoranti legati alla cucina tipica. C’era spazio per tutti, ma bisognava continuare a migliorare. Filomena seppe trasformare i piatti della cucina povera in specialità ricche e succulente: pollo, baccalà, pesce, verdure e ortaggi seguivano le stagioni, che da sole rinnovavano il menù. Anche il pane, preparato in casa secondo le antiche usanze, divenne un prodotto identitario.
La società cambiava e con essa i desideri delle persone. Quando esplose la passione per il ballo, la famiglia progettò una pista contando anche sui finanziamenti regionali. I contributi non arrivarono, ma i lavori proseguirono comunque: la pista fu completata, inaugurata e finì per sostituire il gioco delle bocce.
La clientela si trasformò ancora. Gli antichi giocatori tornarono con famiglie e amici per trascorrere serate di musica, balli e buon cibo. Il fenomeno coinvolse persone di tutte le età e rese il locale un luogo di socialità riconosciuto in città, anche grazie all’ampiezza della pista.
Nel racconto di quegli anni resta vivo anche un ricordo gastronomico particolare: i fiori di acacia, lavati e fritti in una pastella leggera di farina. Una preparazione semplice, descritta come una vera leccornia e ancora capace di riportare alla memoria le serate trascorse da Di Renzo.
Una storia di famiglia
Verso la fine del secondo millennio il locale viveva anni sereni, scanditi dalla musica, dai balli e dalla buona tavola. Nicola e Filomena, affiancati da Cesare, dalla moglie Daniela e da Carmine Antonino, lavoravano ogni giorno per i clienti affezionati e per le piste da ballo, uniche nel centro della città.
Nicola morì nel giugno del 2003 e Filomena nel marzo del 2010. La serietà costruita in tanti anni era ormai un patrimonio solido: il ristorante rimase al suo posto, continuò a raccogliere consensi e passò nelle mani dei figli, tutti laureati o diplomati, che con lo stesso amore portarono avanti l’azienda.
Alcuni scelsero percorsi diversi, allargando idealmente l’attività familiare anche fuori dal ristorante. Antonino Carmine e Cesare, insieme alla moglie di quest’ultimo, rimasero direttamente alla guida del locale, con Antonino Carmine nel ruolo di presidente.
Sono pagine fatte di nonni, genitori e figli che, uniti nel proprio percorso, hanno arricchito un’attività dalle origini ancora più lontane di quelle documentate. La storia parte da una data e da due persone, ma racchiude il lavoro e la memoria di molte generazioni.
Il racconto si chiude con l’augurio che i più giovani continuino questo cammino, onorando chi partì da lontano e, pur senza certezze, riuscì a costruire un’impresa e una casa per la comunità. E con un pensiero affettuoso all’amico Antonino, che dedicò tempo e memoria alla ricostruzione di questa storia: che gli sia lieve il riposo.